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Processo di Vicenza a membri della decima mas 4° parte
(troppo vecchio per rispondere)
Pomero
2005-02-25 11:58:37 UTC
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Processo di Vicenza a membri della decima mas 4° parte

Un altro redivivo Del Sarto Giovanni (il redivivo dovrebbe essere Del Sarto
Franco ndr) (verb. dibatt. f. 278) catturato coi partigiani a Forno e
portato in caserma, fu messo alla presenza di un tenente tedesco e del
tenente Bertozzi, il quale decideva sulla sorte degli arrestati "Morte o
internamento in Germania." Il teste fu messo tra i fucilandi. Con un gruppo
di 8 fu condotto da militi della Xª al posto del supplizio, ove un plotone
di S.S. tedesche sparò loro alla schiena. (....................) invece
disse "Chi è ferito alzi la mano che c'è il pronto soccorso", ma il teste si
guardò bene dal muoversi perché un momento dopo furono gettate delle bombe
sul carnaio. Il teste immobile sentì una voce dire "Dottore, quello respira
ancora." Il teste ritiene che la persona indicata come dottore fosse il
Bertozzi, il quale, afferma pure il teste, fu precisamente lui a decidere la
fucilazione. Il teste, a notte alta, poté salvarsi insieme con Sgadò e
Vivoli Carlo da Aosta. Tre, in tutto, si salvarono. Come risulta dalle
molteplici e concordi deposizioni, la responsabilità del Bertozzi appare a
luce meridiana in tutti gli omicidi. Da qualche teste apparirebbe che il
Bertozzi abbia assistito materialmente alle fucilazioni, e forse abbia dato
anche il colpo di grazia, ma, anche a voler ritenere non sicuramente
accertata tale circostanza, è provatissimo che il Bertozzi dirigeva, insieme
coi tedeschi, oltre che le operazioni di rastrellamento, anche quelle
successive che decidevano sul destino dei prigionieri - o a morte o in
Germania - e che molte volte egli imponeva il suo parere anche ai tedeschi.
Sono troppi i testi, troppo concordi, e nessun motivo sussiste perché essi
non siano meritevoli di piena fede. Il Bertozzi quindi, anche se non ha
partecipato materialmente al plotone di esecuzione, è concorso in tutti gli
omicidi, perché la morte dei molti infelici soppressi fu da lui prevista e
voluta, tant'è vero che qualcuno si è salvato soltanto perché a insaputa del
Bertozzi qualche tedesco si era mosso a pietà. Giudicava quindi il Bertozzi:
o in Germania o a morte. Quelli mandati a morte venivano consegnati ai suoi
dipendenti della X Mas e da questi scortati fino al luogo del supplizio, e
messi davanti ai tedeschi che sparavano. Quindi piena e completa
responsabilità del Bertozzi a sensi degli art. 110, 116 I c.p. per omicidio
perché ben può dirsi che egli, oltre ad aver deciso la condanna a morte, vi
diede anche esecuzione, consegnando le vittime ai suoi dipendenti, i quali a
sua volta, li consegnarono al plotone di esecuzione tedesco, come gli
assistenti del carnefice spingono sotto la ghigliottina il condannato, nel
momento che il carnefice fa scattare la lama che si abbatte sul collo del
giustiziando. Le circostanze in cui avvennero gli omicidi, specialmente per
quanto riguarda le vittime che erano in precedenza ferite e che rimasero
bruciate nel braciere della caserma, dove erano state abbandonate,
stabilisce che le uccisioni avvennero con particolare crudeltà e pertanto di
tale aggravante deve il Bertozzi rispondere. Dopo il terribile eccidio di
Forno di Massa, l'ufficio I della X Mas, sempre di stanza a La Spezia,
continuò nelle zone vicine le solite azioni di polizia militare, con
rastrellamento di patrioti, arresti, perquisizioni, sevizie, incendi e
uccisioni, come nelle altre contestazioni di cui in epigrafe. la vedova del
partigiano Segalini Sergio, di Carrara ha narrato la triste odissea del
marito (verb. dibatt. f. 208). Il marito era stato catturato il 13 aprile
1944 dal Bertozzi, coadiuvato da altri quattro militi della X Mas, perché
sospetto di sovvenzionare i partigiani, e sottoposto ai soliti interrogatori
con mezzi coercitivi, sotto la direzione del Bertozzi, staffilate, pugni in
testa, bruciacchiature alle orecchie,e ai piedi, tanto che quando poi fu
passato dalla caserma al carcere, il medico delle carceri dott. Cantieri gli
riscontrò numerose lesioni e la commozione cerebrale. Dopo due mesi fu
liberato, ma fu nuovamente catturato per ordine del Bertozzi, che lo torturò
nuovamente. La vedova dichiarò che il racconto di quanto aveva patito per
opera del Bertozzi il marito (...................) per ordine del Bertozzi,
e ciò a due soli giorni dalla scarcerazione, fu mandato in Germania in campo
di concentramento, donde non è più tornato. La vedova produsse lettera del
marito, ove si accenna alla sua disavventura. Alla fine del giugno 1944
l'ufficio I della X Mas, andò a presidiare la zona di Piana di Battolla, e
neri relativi rastrellamenti rimasero uccisi due partigiani o patrioti. Il
Bertozzi respinge però ogni partecipazione ai fatti. per l'uccisione di tal
Poggi afferma che in una perlustrazione si era notato che da una casa
trapelava una debole luce. Fu abbattuta la porta, e nell'interno, in una
specie di dormitorio, fu trovato un solo individuo, senza documenti, che
disse provenire da Genova. Il sergente Panu, sardo, lo prese e lo portò
fuori e lo stese morto a terra con una raffica, senza che il Bertozzi
potesse impedirlo. Il Bertozzi chiese poi provvedimenti contro il Panu, ma
invano, perché questi era protetto dal segretario della Presidenza Barracu.
Anche dell'uccisione di Annici Wassili, avvenuta in quella località, il
Bertozzi dichiarò di essere estraneo, perché la responsabilità dell'omicidio
spettava al Panu, pur ammettendo di aver fermato l'Annici e di avergli fatto
una ramanzina. ma le testimonianze mettono i fatti, per quanto riguarda il
Bertozzi, sotto una luce ben diversa. Il Ricci Giorgio (lettura depos. vol.
A f.97), che fu arrestato il 28/6/1944 in Piana di Battolla dalla X Mas,
guidata dal Bertozzi, fu da questi condotto davanti al cadavere di un
giovane poco prima ucciso, e il Bertozzi gli disse che avrebbe fatto la
stessa fine. Era il cadavere dell'Annici Wassili? E' fuori di questione che
in quei giorni, e precisamente nella notte dal 28 al 29/6/44, elementi della
X Mas penetrarono nella casa di Carbonini Ada, in Piana di Battolla, ove
abitavano, sfollati, Annici Domenico e la moglie Annici Ofelia, il figlio
Wassili, militare sbandato dopo l'8/9/43 e il cugino Gamba Giovanni. Poiché
il Wassili non aveva documenti, fu fatto uscire col cugino, e il sergente
che era entrato in casa disse ai genitori, che, se vi si fossero trovate le
cose in regola, i giovani (....................) armi da fuoco, e seppero
che il Wassili era stato fucilato, e che aveva comandato il fuoco il
Bertozzi (lettura depos. Carbonini vol. A f. 103, depos. Annici Domenico e
Ofelia verb. dibatt. f. 232 e lettura vol. 4 f. 13). La Annici Ofelia non
conosceva personalmente il Bertozzi, ma i presenti le assicurarono che il
Bertozzi aveva disposto la fucilazione del figlio con le parole: "Levatemi
quella faccia d'attorno." Ma è decisiva la deposizione di Galasso Primo
(verb. dibatt. f. 239) pure di Piana di Battolla. Costui, quella stessa
notte, insieme col padre, fu prelevato da elementi della X Mas, e condotto
innanzi al Bertozzi (che il teste riconobbe all'udienza, escludendo si
potesse trattare di quell'ex federale della Spezia, Bertozzi Augusto, cui si
è accennato sopra). Il Bertozzi esaminò i documenti, e rilasciò subito dopo
gli arrestati, ingiungendo ai dipendenti di non arrestare quelli che
esibivano documenti, ma, poco dopo, il Galasso fu prelevato nuovamente, e
ricondotto davanti al Bertozzi: nel frattempo furono condotti avanti al
Bertozzi anche l'Annici Wassili e il cugino Gamba Giuseppe, e il Bertozzi,
malgrado fosse stato riscontrato che il giovane era in regolare congedo in
seguito allo scioglimento del corpo, disse, rivolto all'Annici: "Questa
faccia non la voglio più vedere." L'Annici fu subito fucilato a 30 metri dal
posto ove si trovava il teste. Appena avvenuta l'esecuzione il teste (che,
non avendo assistito alla fucilazione, avvenuta come si disse, non può dire
se il Bertozzi abbia sparato anche il colpo di grazia, per quanto ciò gli
sia stato assicurato dagli astanti) fu invitato dal Bertozzi a vedere
l'ucciso con la frase: "Fategli vedere il morto, e, se non parla, fatelo
fuori." E così il teste fu condotto sul ciglio della scarpata, dove era
rotolato il cadavere dell'Annici. Poi il teste fu tradotto in caserma e il
portafogli e l'orologio furono trattenuti dal Bertozzi, e non li ebbe più di
ritorno. Lo sfollato Cecchini Euro (verb. dibatt. f. 229) da una finestra
della sua abitazione vide l'esecuzione dell'Annici e il Bertozzi dava il
colpo di grazia. Il parroco voleva dare sepoltura all'Annici e il Bertozzi
gli disse: "Andate, che a pochi metri ce n'è un altro." E difatti, nei
pressi di una casa in costruzione si trovava il cadavere di un giovane con
ancora un boccone di pane in bocca.
****


Né appare fondato il diniego del Bertozzi di qualsiasi responsabilità
nell'uccisione del Poggi, voltaché egli si limita ad affermare che, proprio
davanti a lui (....................) sergente Panu - che è morto da tempo -
lo uccise sotto i suoi occhi. Sembra strano che il Bertozzi, noto per
l'inflessibilità nel dare gli ordini, e che sostiene di aver sempre impedito
atti di violenza dei dipendenti, si sia lasciato precedere la mano dal
sergente. Va tenuto presente che a norma della deposizione del partigiano
Stocchi Bruno (verb. dibatt. f. 273), il quale, la mattina dopo, si era
recato nella casa che era un ricovero di partigiani, trovò il Poggi ucciso e
la porta della casa crivellata di colpi, e trovò pure che era stato ucciso
tale Ansilli a opera delle bombe. E' evidente, pertanto, che l'uccisione del
Poggi e dell'Ansilli avvenne proprio in conseguenza dell'operazione di
rastrellamento e di polizia direttamente svolte dal Bertozzi. Nella zona del
comune di Fivizzano e dintorni risultano commessi tre omicidi tra la fine
del giugno e i primi di luglio 1944. Nei suoi interrogatori, respingendo
tali accuse, il Bertozzi negò vi fossero stati rastrellamenti in quelle
località, mostrando quasi di non conoscere affatto la zona. Ma anche qui
egli è smentito dalle deposizioni dei testi. Effettivamente il giovane
partigiano Battolini Enrico cadde in uno scontro con elementi della X Mas.
Il padre dell'ucciso, Battolini GB (verb. dibatt. f. 241) seppe dai compagni
dell'ucciso e dai paesani che i militi della X Mas erano comandati dal
tenete Bertozzi. Il cadavere del giovane fu poi esposto a pubblico ludibrio
nella piazza di Fivizzano come un malfattore. E' stabilito che nella zona
operò solo la X Mas. Nello stesso giorno (il 29/6/1944) fu ucciso l'altro
partigiano Cozzani Pierino di Domenico. Il padre (verb. dibatt. f. 227) ne
fu informato circa un mese dopo: poté fotografare il cadavere, ed esibì
all'udienza copia della fotografia, dalla quale appaiono spaventose ferita
al capo. Il genitore, al pari del padre del Battolini, poté assicurarsi che,
per ordine del Bertozzi il cadavere era rimasto per parecchie ore sulla
piazza esposto a ludibrio. nella zona operò soltanto la X Mas. E' pertanto
stabilito che i partigiani Battolini e Cozzani furono uccisi
volontariamente, in conseguenza del rastrellamento ordinato e diretto dal
Bertozzi, il quale, perciò deve rispondere di omicidio, perché ha voluto,
con la azione volontaria diretta a sopprimere gli elementi della resistenza
nazionale, la morte dei due partigiani, senza poter accampare nessuna
scriminante o attenuante, perché illegittimamente egli si opponeva alle
forze armate del governo legittimo italiano. Un terzo partigiano, Portonato
Michele di Fedele (verb. dibatt. f. 225) fu catturato in quel rastrellamento
operato dalla X Mas il 1 luglio 1944, e tradotto a Licciana nardi, ove, per
ordine del Bertozzi, doveva essere fucilato sulla piazza del paese, ma, per
l'opposizione del podestà del luogo, fu dal Bertozzi fatto condurre in
località Cuccarello e quivi fucilato, dopo di esser stato seviziato. Il
cadavere non fu sepolto, ma soltanto coperto di terra, e non si poté
rimuovere per ordine preciso del Bertozzi. Tutti i testi sono concordi
nell'escludere che possa esservi equivoco sul nome, perché tutti hanno ben
conosciuto l'ex federale di La Spezia, Bertozzi Augusto, e confermano che
questi non c'entra, e che le truppe della Xª operavano da sole, e agli
ordini del ten. Bertozzi. Quest'ultimo perciò deve rispondere, per i motivi
già esposti, anche di quest'ultimo omicidio. E a proposito di quanto afferma
il Bertozzi che i fatti possono essere avvenuti a sua insaputa o contro la
sua volontà, il Bertozzi stesso viene smentito in pieno dalla circostanza di
aver ordinato l'esposizione dei cadaveri, a scopo di terrorizzare la
popolazione, ciò che non avrebbe fatto, ove le uccisioni fossero avvenute
contro la sua volontà. Seguono i rastrellamenti nei comuni di Licciana e
Gragnola dalla fine di giugno al 9 luglio 1944. La presenza in questa zona
del Bertozzi è confermata da tutti i testi, e le negative di costui non
possono avere importanza, anche perché egli stesso ha ammesso di aver
presidiato per vario tempo la zona di Fivizzano allo scopo di combattere i
partigiani, di essersi fermato a Bastia per una quindicina di giorni e anche
in Licciana, sia pure in quest'ultima località una sola volta dopo il
rastrellamento dei tedeschi. Il 29 giugno 1944 arrivarono in Licciana i
primi reparti tedeschi, seguiti da elementi della X Mas comandati dal
Bertozzi. Questi ultimi il 1 luglio 1944 vennero a casa di Donati Anselmo.
Questi riuscì a fuggire, e allora (come narra la Tommasini Irma, moglie di
Anselmo e madre di Mario, (verb. dibatt. f. 238) fu preso il figlio Mario,
il quale fu ucciso il giorno seguente a Filetto. Il marito, datosi alla
macchia, fu catturato il 3 luglio e ucciso a Panicale il giorno dopo.
Entrambi, afferma la teste, furono torturati e seviziati prima della
fucilazione. La teste si recò a chieder grazia al Bertozzi, ma questi
rispose che avrebbe ucciso tutti. La donna si era dapprima rivolta al
podestà Pino, il quale le aveva detto: "Attendiamo il tenente Bertozzi e
speriamo che lui intervenga." L'insegnante Beatini Pietro (verb. dibatt. f.
234) a quell'epoca impiegato del comune di Licciana, ha dato importanti
notizie sull'uccisione dei Donati padre e figlio e degli operai boscaioli
Carreri Angelo, Boegi Oreste, Guizotti Giuseppe e Portonato Fedele (del
quale ultimo omicidio si è parlato più sopra). Narra il Beatini che il
29/6/1944 giunsero i tedeschi, e il dì successivo il Bertozzi, il quale
rastrellò vari cittadini e fece fucilare fuori del paese gli operai
soprannominati. Il Bertozzi aveva tanta autorità da imporsi ai tedeschi, e
da dissuadere costoro dal proposito di svaligiare una agenzia bancaria. Il
teste si dichiara a governo di tutto, come impiegato del Municipio, e
protetto dal podestà Pino, il quale era amico del Bertozzi. Successivamente
Bertozzi fece fucilare altre 7 persone (il dr. Giannotti del tubercolosario,
Fiori Edoardo, Ferri Virgilio, Martellini Pietro e i due Donati. L'uccisione
del Donati padre avvenne perché costui, scappato al momento dell'irruzione
della Mas nella sua casa, e saputo del prelevamento del figlio, si era messo
poi alla ricerca di questo, fu ucciso per via da quelli della Mas. Il
Bertozzi ordinò personalmente che fossero uccisi i primi quattro catturati,
Carreri, Boegi, Guizotti e Portonato, legnaioli che tornavano il sabato da
Bastia, dove avevano lavorato la settimana e furono arrestati a Tavernelle.
Un vecchio, recatosi a ritirare i cadaveri, seppe da un marinaio che essi
erano stati fucilati per ordine espresso del ten. Bertozzi, suo superiore. I
tedeschi non c'entrano negli omicidi. Il Portonato doveva essere fucilato
per ordine del Bertozzi in piazza, ma il podestà Pino lo dissuase, e allora
fu ucciso sul posto ove era stato arrestato. La X Mas, agli ordini del
Bertozzi, razziò nel territorio del comune bestiame, radio e altro. Le
dichiarazioni del Beatini trovano conferma nelle dichiarazioni rese in
istruttoria da Carpanelli Raffaele, Marianelli Gino e Cresci Edoardo
(lettura vol. A f. 41).



Sempre in relazione a tali rastrellamento il teste Campana Armando,
sottocapo Marina Militare a La Spezia (verb. dibatt. f. 201) che si trovava
a quell'epoca sbandato a Tavernelle di Apuania e rastrellato con altri a
Licciana Nardi, dichiara che mentre era in attesa di essere caricato sul
camion, gli uomini del Bertozzi, notarono sul pendio delle colline un
giovane pastore. Un tedesco, che si trovava nel gruppo, ammiccò il pastore e
tutti, compresi i mastini del Bertozzi, spararono sul disgraziato
uccidendolo: a questo fatto non era presente il Bertozzi. Al rastrellamento
di Gragnola, avvenuto ai primi del luglio 1944, in cui furono uccisi Renosio
Pietro (il figlio del palombaro de La Spezia) e Bonati Alessandro, il
Bertozzi esclude di aver partecipato. Ma è smentito dai testi. Bonati
Alessandro (verb. dibatt. f. 209) padre di Bonati Alessandro, ricorda che il
figlio rimase ferito in uno scontro a Gragnola il 9/7/1944 e, catturato, fu
condotto avanti al Bertozzi, il quale ne ordinò la fucilazione, e gli diede
poi il colpo di grazia. Ciò apprese il teste dall'affossatore del paese.
L'impiegato Giuntoni Umberto (verb. dibatt. f. 270) a quell'epoca sfollato a
Gragnola, ricorda che all'ingresso del paese fu fucilato il figlio del
palombaro della Spezia, identificato per Rebosio e che il Bonati Alessandro,
ferito, fu condotto con gli altri rastrellati in piazza e il Bertozzi
dispose il plotone di esecuzione, e ordinò la scarica, che abbatté il
Bonati - e ciò il 9/7/44. Anche il figlio del teste Mario (verb. dibatt. f.
262) era stato catturato e si trovava insieme col Bonati e col Rebosio.
L'esecuzione avvenne fuori del cinematografo nei pressi della stazione. Il
Bonati e il Rebosio erano mezzi morti dalle botte ricevute, tanto che
bagnarono di sangue una pianta di Fiori. Il Bonati tentò di scappare, ma il
plotone, già predisposto dal Bertozzi, fece una scarica e lo abbatté. Non
essendo morto sul colpo, il Bertozzi gli diede il colpo di grazia. Il
giovane Mario Giuntoni fu poi salvato da un ufficiale tedesco, a cui egli si
era rivolto parlandogli in tedesco. Altri catturati furono poi salvati,
anche per intercessione dei tedeschi, mentre i due furono fucilati, per dare
una soddisfazione a quelli della X Mas che li avevano catturati. Tutte le
imputazioni di omicidi ascritte al Bertozzi, avvenute nella zona di Licciana
Nardi e di Gragnola, come è specificato nel decreto di citazione, sono,
pertanto, provate. Le proteste d'innocenza del Bertozzi a nulla valgono, di
fronte al rilievo che egli stesso ammette dell'ufficio I della X Mas, allo
scopo dichiarato di reprimere il movimento partigiano e che troppi testi
oculari confermano l'attività del Bertozzi, e, in particolare, confermano
che egli ordinò le fucilazioni, e, in qualche caso, di sua mano diede il
colpo di grazia. Uccisioni tutte commesse non per istato di necessità, o per
difesa legittima personale, ma come conseguenza diretta - come si disse - di
un comportamento illegittimo, donde la confermata accusa di omicidi
volontari, da lui previsti e consumati allo scopo di aiutare il tedesco
invasore nei suoi piani contro le forze nazionali e degli alleati. Con gli
eccidi di Piana di Battolla e luoghi limitrofi si conclude - almeno nella
parte più appariscente, l'attività politico militare criminosa della X Mas,
ufficio I e del suo comandante Bertozzi, nelle provincie di la Spezia,
Apuania e Parma. Di là l'ufficio I viene trasferito in Piemonte, a Ivrea, e
poi a Cuorgnè. In questa ultima località vengono aggregati all'ufficio I
della X Mas, sempre comandata dal Bertozzi, il maresciallo Franco Banchieri
e il milite Benedetti Ranunzio, e si manifesta insieme con quella del capo,
l'attività collaborazionista di costoro che ora si va a considerare. Il
Bertozzi nei suoi interrogatori ha precisamente dichiarato di essere venuto
in Piemonte, a Ivrea, il 17 - 18 agosto 1944 quale ufficiale della X
Flottiglia Mas al comando della Divisione Xª, con incarico di reggere
l'ufficio I (Informazioni), come si specificò più indietro, e ha negato di
aver commesso o di essere concorso a qualsiasi degli atti delittuosi
(sevizie, ruberie, omicidi) di cui è accusato nel periodo in cui prestò tale
servizio in Piemonte, e specialmente a Cuorgnè, ove ebbe la consegna
dell'ufficio dal capitano Carnevali il 27 agosto 1944. Nella stessa opera il
maresciallo Banchieri; già negli alpini, si arruolò nella X Mas, alle
dipendenze dirette del Bertozzi, e fu coinvolto da quell'epoca e fino alla
data della liberazione, nelle attività famigerate del detto ufficio I. Da
quell'epoca e fino alla liberazione, si svolge alle dipendenze dell'ufficio
del Bertozzi, l'attività del giovane (....................) di piantone in
caserma, mentre in seguito, ebbe a esercitare le mansioni di autista. Dei
non molti episodi risultati a carico del Benedetti si parlerà nella
narrazione dei fatti di cui sono attori i maggiori imputati, per valutarne
poi la gravità e l'importanza agli effetti dell'applicabilità al Benedetti
dell'amnistia. A Cuorgnè il Bertozzi coi suoi dipendenti procedeva alla
cattura dei partigiani e loro favoreggiatori, i quali erano poi portati
nella caserma Pinelli, e quivi interrogati coi soliti metodi coercitivi.
Molti furono gli arrestati, perché molti erano i partigiani che agivano sui
monti e nelle valli contro i nazifascisti: si parla di circa 600 persone che
avrebbero fatto la conoscenza di quel carcere. Anche qui, di fronte alle
negative degli imputati, occorre specificare gli elementi di accusa, come
emergono dalla viva voce dei testi. Seren-Gaj Giacomo (verb. dibatt. f. 206)
era partigiano, alla macchia nel Canavese, quando gli uomini del Bertozzi
vennero il 10 agosto 1944 a casa sua ad Alpette e non potendolo arrestare,
prelevarono la madre sua Giglio Maria Angela e la sorella di questa, Giglio
Giuseppina, le quali furono condotte a Cuorgnè, e trattenute per 8 giorni
nella caserma Pinelli per ordine del Bertozzi. Costui nega che gli si possa
attribuire alcune responsabilità nei fatti, perché, dice, il 10 agosto non
aveva ancora assunto l'ufficio I. Ma occorre rilevare che la detenzione
delle due donne si prolungò anche nel periodo in cui il Bertozzi ammise di
aver esercitato il comando in Cuorgnè, e non v'ha possibilità di equivoci,
perché il teste riferisce che la madre fu proprio dal Bertozzi apostrofata
con la parola di "puttana". Per questo si deve riconoscere che degli atti
violenti, cui accenna il teste, commessi dagli uomini del Bertozzi
(rastrellamento in cui rimase ucciso uno zio del teste, saccheggio e
incendio dell'abitazione, con danno di circa un milione e mezzo, arresto
illegale delle due donne) deve rispondere chi li ha ordinati, cioè il
Bertozzi. Il meccanico Grisolano Carlo di Cuorgnè (verb. dibatt. f. 250) fu
arrestato il 23 agosto 1944 come spia dei partigiani per ordine del
Bertozzi, e da dipendenti di questi, rimase detenuto per 40 giorni.

fine della 4 puntata
sergio
2005-02-25 13:43:07 UTC
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Processo di Vicenza a membri della decima mas 4° parte
ciao Pomero,

non e' che li puoi ripostare anche su ICS questi msg?

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Pomero
2005-02-25 16:59:32 UTC
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ciao Pomero,
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